WIKIZMO è un archivio libero e non strutturato di pensieri, idee e informazioni che IZMO ha trovato e reputato interessanti da diffondere.
WIKIZMO is a free and no structured archive of thoughts, ideas and informations that IZMO has found and reputated interesting to spread. (by now all the article are in Italian)
L’uomo secondo Jean Baudrillard è qualcosa di residuale, qualcosa che echeggia nel suo fantasma anche dopo la morte. Anche quando l’iperealtà ci distrae dai nostri istinti, il fare che circonda l’uomo assume le stesse connotazioni di quest’ultimo. Creare qualcosa che ha una durata è l’assunto di quegli oggetti che una volta amati o usati vengono abbandonati e nascosti in contenitori lontani da noi stessi, ma pur sempre presenti nell’ambiente che ci nutre. Produrre rifiuti è uno di quegli istinti primari a cui l’uomo non può sottrarsi, ha la stessa importanza nella nostra vita quanto lo ha il cibarsi. Quindi, se evitare di produrli non è possibile e nasconderli non è una soluzione, come si può risolvere quel fenomeno sociale che diventa emergenza rifiuti nelle città? Una risposta a tale domanda potrebbe essere data da ciò che con la presente vi propongo: il metodo del riuso di oggetti di scarto nel concepire gli spazi dell’abitare.
Cosa significa però fare architettura con il riuso di rifiuti? Forse vuol dire porsi davanti al progetto compiendo ripetutamente quell’azione che per primo Duchamp ideo esclamando: “pronto-fatto”. Non credo che il ready-made sia la soluzione, poiché tale concezione definirebbe l’architettura un gesto spontaneo come può esserlo quello dell’arte, o per intenderci, quello della scrittura. L’equivalente di Duchamp nel mondo dell’architettura, come scrive Jean Nuvel in un dialogo con Jean Baudrillard(1), non può esistere. Ci sono stati degli architetti che si sono spinti a visitare questi limiti dell’architettura, e sono quelli della corrente post-moderna, in particolare Robert Venturi che prendendo come esempio un edificio qualunque della periferia di Filadelfia, costruito in un luogo insignificante, ha dichiarato che quella era l’architettura che bisognava fare. Un gesto il suo che si fondava su una precisa teoria che remava contro l’atto eroico dell’architettura. Insomma un architetto non può compiere un gesto tanto scandaloso, come potrebbe essere quello di Piero Manzoni e la su più celebre opera Merda d’artista, sperando che venga accettato. La ragione di ciò, spiega l’architetto Nouvel, risiede nel rapporto che esiste con gli oggetti che si differenziano tra quelli d’arte e di architettura:
Non so che cosa consenta di individuare la fontana di Duchamp, se non è collocata all’interno di uno spazio museale. Sarebbero necessarie condizioni di lettura e di distacco che non si danno in architettura. Al limite, questo gesto di banalizzazione completa potrebbe avvenire a prescindere dalla volontà del committente, ma il problema è che se lo compi e lo ripeti, diventa insignificante; non ci sono più realtà e letture possibili del gesto e si ottiene solo la sparizione totale dell’atto architettonico. (2)
Ciò che però Nouvel non considera con queste parole è l’intento dell’artista, intento che prescinde dalla ripetizione compiuta da altri e che ha come valore assoluto quello di mandare un messaggio che oggi è stato percepito ed integrato in molte discussioni che altrimenti nemmeno sarebbero nate. Ecco, similmente, cosa gli risponde Baudrillard:
Ma anche il gesto di Duchamp, alla fine, diventa insignificante, vuole essere insignificante e, suo malgrado, diventa insignificante anche perché ripetuto, come accade a tutti i sotto-prodotti di Duchamp. L’evento, invece, è unico e singolare; è tutto; è effimero. Dopo Duchamp ce ne sono tanti altri, anche nell’arte, perché, da quel momento in poi, è stata aperta la strada alla ricomparsa di tutte le forme compiute - una sorta di post-moderno, volendo. Questo momento, molto semplicemente, è estinto. (3)
Detto questo, sappiamo che in architettura i detriti, in qualità di materiale inerte, fanno parte integrante della storia delle costruzioni, ma anche le rovine del passato sfruttate come sostegno per nuovi edifici rientrano in un discorso affine. Il riuso di parti prelevate da architetture non più in uso è un fenomeno al quale storicamente si è attribuito il termine “spoglio”, per indicare quei pezzi di costruzioni antiche presi e rimessi in opera per costruzioni nuove. Questa pratica ha maggiormente contribuito alla realizzazione di costruzioni dell’epoca Medievale. In queste costruzioni i capitelli, le colonne, gli ornamenti di portali apparentemente integrati, non venivano realizzati come elementi, parte di una concezione progettuale formalmente unitaria, al contrario erano elementi nati per altri edifici con una propria funzione statica che assumevano un carattere di autonomia figurativa ed estetica. Esempio eclatante di tale consuetudine del passato è la Basilica di San Marco a Venezia, dove l’impiego di elementi di antica formazione, provenienti dai territori del Vicino Oriente, crea un’opera con un linguaggio fortemente diversificato. Una Basilica che diventa testimonianza di rapporti sociali dell’epoca e manifestazione dell’arricchimento facendola divenire così simbolo di potere. Oggi il fenomeno dello spoglio esiste ancora, ma è qualcosa che si compie discretamente e senza farne troppa pubblicità. Ciò che viene spontaneo pensare è se in questa nuova società in cui l’abbondanza di merci ci identifica storicamente, gli oggetti scartati possano venire integrati nel progetto di architettura e dare l’avvio, magari, a uno specifico fare architettura.
A queste considerazioni si possono brevemente accostare alcuni casi concreti di realizzazioni con il metodo del riuso, ciò per coinvolgere anche i più scettici nel considerare il riuso un metodo costruttivo da affiancare alla consuetudine del progettista.
Diversi sono gli esempi di realizzazioni con oggetti di scarto, di cui gli artefici spesso sono privati non architetti, che assemblano materia prima come lattine, bottiglie vuote di plastica, pneumatici o altro, oggetti usati come mattoni o coppi di copertura. Di questi esempi di auto produzione e riuso ve ne sono parecchi, basta dare un’occhiata sulla rete internet per rendersene conto. Tra i migliori esempi, uno che credo meriti un pò di attenzione, è il tempio buddista di Wat Pa Maha Chedi Kaew in Thailandia costruito con più di un milione di bottiglie di vetro dagli stessi monaci che dentro vi abitano. Costruzione iniziata nel 1984 con un fabbricato destinato alle monache, utilizzando la materia prima delle bottiglie, donate dalla gente dei dintorni, si sono spinti a creare anche i crematori, gabinetti, una pagoda e un edificio cerimoniale. Una costruzione che in questo caso affida i compiti strutturali ad altri materiali più adatti a tale scopo, ma che propone soluzioni espressive della materia seconda che la rende unica nel suo genere.
Simile al precedente, nel comporre spazi attraverso oggetti manovrabili senza l’impiego di macchine, un altro progetto può essere citato ed è la scuola in Medio Oriente realizzata da un architetto italiano, Valerio Marazzi. Progetto promosso da “Vento di Terra Onlus”, è realizzato in un villaggio, Jahalin, situato a sud di Gerusalemme nei Territori Occupati Palestinesi con l’uso di pneumatici scartati. Circa duemila le gomme usate per la costruzione dei muri, riempite di terriccio e legate con aggiunta di acqua, sono state poi ricoperte da un intonaco di argilla, ottenendo così muri larghi circa 80 cm che oltre alle funzioni strutturali hanno raggiunto competenze termoisolanti. Il tetto, un pannello sandwich di lamiera e polistirolo, ne completa l’isolamento in un clima caldo come è quello del Medio Oriente. Il posizionamento di finestre in luoghi strategici dell’edificio garantiscono una continua ventilazione, la manodopera gratuita, dovuta all’impegno della comunità Jahalin, ha reso l’opera estremamente economica.
Altro buon esempio di approccio ai rifiuti è quello della carriera di due architetti napoletani, con studio a New York, che proprio con l’uso di oggetti che risorgono, questa volta non manovrabili dall’uomo come i precedenti ma di dimensioni maggiori, hanno creato la loro immagine di architetti a livello internazionale. Parlo di Lot-Ek studio, formato da Giuseppe Lignano e Ada Tolla, che hanno ideato per gli studenti dell’Università di Wahsington, a Seattle, uno spazio realizzato da una parte di un boeing 747. La fusoliera di questo boeing è stata posizionata sul fianco di una collina, cablata (ormai internet arriva ovunque), dotata di illuminazione, maxischermi, sedili rotanti e reclinabili. Lot-Ek studio aveva già proposto nel 2005 soluzioni per spazi ottenuti con i boeing: parlo del famoso progetto con cui vinsero il concorso per la biblioteca municipale a Guadalajara, nello stato di Jalisco, Messico. In quell’occasione, proposero l’uso di circa 200 fusoliere, prese da modelli di boeing 727 e 737, che assemblate diventano aerei da lettura, con spazi per uffici, sale riunioni, depositi per i libri e una facciata esterna rivestita di led che trasmette spettacoli. Altri progetti dello stesso studio, con ad esempio il riuso di container, che consiglio di vedere, sono presenti sul sito www.lot-ek.com.
Il container è un oggetto variamente impiegato nell’architettura, tanto che è già quasi divenuto un trend. A conferma di ciò c’è chi, dopo aver ottenuto il miglior titolo che conferisce l'Università della Lubiana, vinto il premio Trimo di ricerca nel 2006, ha scritto un libro sul sistema di costruzione con i container e ora collabora con diversi architetti in tutto il mondo. Parlo di Jure Kotnik, giovane architetto che ha proposto e realizzato una casa, economica e mobile, per passare le proprie vacanze in giro per il mondo, composta con soli due container. Un progetto che non poteva che chiamare 2+ Weekend House e che contiene una cucina abitabile al piano inferiore con possibilità di aggiungervi un piccolo salottino, una zona notte con bagno al piano superiore nella quale è presente anche una piccola terrazza.
Il container è il custode di oggetti che nella nostra società abbiamo imparato a trasportare da una parte all’altra del nostro pianeta, spendendo soldi ed inquinando ancora di più, senza fornirci alcuna utilità, ad esempio quando ritorna vuoto da un lungo viaggio. Funzione di trasportare, quella del container, che è stata ben compresa anche da una grande firma in architettura quale Shigeru Ban e portata ad una scala maggiore che quella della 2+ Weekend House. Ban, architetto tra i più stimabili, è colui che meglio sa comunicarci la differenza che corre tra la nostra cultura occidentale fatta di abbondanza e forme strutturali in acciaio, e quella antica giapponese dedita alla fragilità e leggerezza, che egli sa far echeggiare con l’uso di materiali meno perentori e definitivi. Tra i più ambiziosi paperarchitect, lo ricordiamo perché si è spinto, con l’aiuto dello strutturista Gengo Matsui, a far si che il Ministero delle Costruzioni Giapponese annoverasse tra i materiali strutturali per la costruzione di edifici i suoi famosi tubi di cartone PTS (Paper Tube Structure). Il progetto che rese famosi i container è quello del Nomadic museum a New York, una struttura temporanea di 4000 metri quadrati che ospitò nel 2005 una mostra itinerante di opere fotografiche dell’artista Gregory Colbert dal titolo Ashes and snow. I container, larghi 2,5 metri e poco più alti, sono collocati secondo uno schema a scacchiera fino a formare le pareti del museo alte 10 metri. Tra gli spazi vuoti dei container, sono collocate delle membrane oblique simili a tessuto. La struttura del tetto è costituita dai tubi di carta PTS, dal diametro variabile e appositamente disegnati per questo progetto con carta riciclata e rivestita di una membrana impermeabile. I tubi vennero di volta in volta spediti dentro ai container utilizzati per la struttura, ed è qui che risiede l’abile mossa del progettista. All’interno lo spazio è diviso da un lungo corridoio centrale in cui una passerella di legno larga 3,6 metri, ottenuta con tavole riciclate, lascia spazio a campate, con pavimentazione di pietre di fiume, per mostrare le opere dell’artista appese con cavi sottili alle colonne di carta. Il resto dello spazio e diviso con tende semitrasparenti realizzate con bustine di tè provenienti dallo Sri Lanka. Un’opera leggera ed evocativa che soddisfa i migliori intenti di progettazione sostenibile.
L’ultima architettura che propongo, saltando le ottime soluzioni date da il famoso studio di progettazione/costruzione Rural Studio di cui vi suggerisco la lettura del libro Rural Studio: Samuel Mockbee and an architecture of decency, è la Villa Welpeloo. Quest’ultima, progettata dal giovane studio olandese 2012Architecten, fondato nel 1997, è stata realizzata nel 2009 ed è certamente uno degli ultimi progetti, rivolti al metodo del riuso, meglio riusciti. La villa, sita nella città di Enschede, ha una struttura portante realizzata in acciaio di cui il 70% è stato sottratto da un macchinario tessile di una vecchia fabbrica di tessuti. La maggior parte dell’isolamento necessario al legname che ricopre l’edificio e alle pavimentazioni, proviene da un edificio dismesso a non meno di un chilometro di distanza. Il legname usato è quello di vecchie bobine di una fabbrica di cavi. Anche l’ascensore è stato riusato: infatti, con l’impresa costruttrice, lo studio ha deciso di riutilizzare il montacarichi servito per montare la struttura.
L’inaspettata considerazione che va evidenziata in quest’opera è la sua non menzionabile economicità, paradosso che lascio spiegare dalle parole di Jan Jongert architetto dello studio:
Normalmente l’aspettativa dei clienti è che usando materiali di riuso si possa risparmiare sul costo dell’opera. In realtà, il costo dei materiali incide in media per un 30% sulla costruzione: il resto è rappresentato dalla manodopera.
Il riuso dei materiali può portare ad una lavorazione più intensa in fase di cantiere e quindi ad un incremento del costo della manodopera. Nelle varie esperienze fatte ci siamo resi conto che il risparmio rispetto ai materiali torna in genere come costo di manodopera, con un bilancio finale assimilabile a quello dell’architettura tradizionale. (4)
Pur se logicamente ci si aspetta che nel riuso si persegua il valore del rendere un’architettura economica, ciò non vuol dire che sia ovvia come possibilità e questo progetto dimostra il limite di questa aspettativa. Prendendo atto da questo esempio, bisogna ugualmente apprezzarene l’ottimo risultato, consapevoli del fatto che, per la costruzione di questa villa, le maggiori energie spese sono quelle umane e non energie al contorno, come quelle per ottenere materia prima, che possono risultare inquinanti. Questo lavoro dimostra che progettare con il metodo del riuso è una possibilità concreta e creativamente stimolante per un progettista.
Raccolgo in questo articolo una serie di aziende che producono oggetti di design e moda attraverso l'utilizzo di rifiuti, non materia prima seconda, bensì scarti e rifiuti trasformati in nuovi oggetti a seguito di una semplice lavorazione. La maggior parte degli oggetti sono prodotti artigianalmente, utilizzando scarti industriali o rifiuti solidi urbani.
Ingegno e capacità manageriali hanno trasformato un hobby in un'attività commerciale. I prodotti sono intriganti, "alla moda", chiaramente ecosostenibili... a volte anche molto costosi.
In questo articolo di Wikizmo si raccolgono le architetture realizzate in pallet.
I pallet sono delle piattaforme costituite da assi di legno, usate per facilitare la movimentazione delle merci. Non tutti i pallet vengono utilizzati per più cicli di trasporto: spesso, infatti, organizzare un viaggio di ritorno per i pallet vuoti risulta più costoso per l'impresa che comprarne di nuovi. I pallet sono leggeri, trasportabili, resistenti ai carichi e facilmente reperibili. Per tutti questi motivi costruire con i pallet è un approccio sostenibile all'architettura. Si tratta di un metodo già consolidato, anche se in via sperimentale. Molti studi si sono infatti lanciati nella progettazione e realizzazione di architetture in pallet.
Si presentano qui di seguito le installazioni e le architetture in ordine casuale.
Installazione temporanea è realizzata allo scopo di sensibilizzare il pubblico alle tematiche ambientali. La bici è collegata alla struttura in pallet e ad una dinamo, la quale produce energia generata dalle pedalate dei visitatori. L'elettricità accumulata viene rilasciata la notte permettendo di illuminare l'opera donandole una seconda vita.
Prototipo di un rifugio d'emergenza; un kit contentente: 36 pannelli, 24 pallet, 8 fogli di compensato OSB, vari tubi in acciaio, teli di plastica ed elementi di fissaggio. Con un tempo di costruzione di solo 8 ore è un'ideale soluzione per realizzare un rifugio.
Manifesto House / James & Mau + Infiniskivia archdaily
L'edificio progettato da James & Mau vuol rappresentare un manifesto per Infiniski: società che progetta e realizza abitazioni eco-friendly: realizzate con materiali riciclati, non inquinanti e riutilizzabili. Inoltre Infiniski propone altre soluzioni abitative pensate in termini di sostenibilità energetica, modularità, velocità di costruzione e smontaggio rapido.
Palettenhaus è il progetto vincitore del concorso GAU:DI Sustainable Architecture Competition. E' un edificio di 60 mq fatto di 800 pallet riciclati, usati come pannelli di facciata, per la pavimentazione e la copertura; la cellulosa riempie l'intercapedine tra un pallet e l'altro, assolvendo la funzione di isolamento termico.La palettenhaus necessita di pochissima energia: 24 kWh/mq annui.
Pensato inizialmente come modulo abitativo d'emergenza per i rifugiati del Kosovo, è stato adattato per l'emergenza provocata dallo tzunami nel 2004. La pallet House è interamente formata da pallet di legno, facilmente reperibili nelle zone dove arrivano cargo con gli aiuti umanitari. Se combinata con altri materiali per migliorare l'isolamento e impedire le infiltrazioni d'acqua, può anche diventare una struttura abitativa per periodi più lunghi.
AAA (Atelier d'Architecture Autogérée) ha guidatogli abitanti nella riappropriazione di uno spazio pubblico abbandonato e degradato attraverso la realizzazione di un giardino temporaneo. I pallet formano il modulo base e offrono una superficie da seminare o da utilizzare per i camminamenti.
In occasione di Milano-design-in-the-city (22-25 ottobre 2009), nei migliori negozi di arredamento; designer e creativi hanno realizzato allestimenti onirici, come voleva il titolo della manifestazione: "La forma dei sogni". Il tema consentiva di certo una grande libertà di interpretazione e così è stato per lo showroom B&B Italia. Allestimento del flagship store B&B, realizzato da Studio Collage, ha previsto l'utilizzo di pallet come quinta scenografica.
I love green è un'installazione temporanea realizzata a Roma. Tutti materiali utilizzati sono stati scelti per le loro caratteristiche si riutilizzabilità e riciclabilità. I pallet formano la base d'appoggio su cui sono state posate le cassette in cui è stato seminato il prato.
Hotel Aire de Bardenas / Emiliano Lopez Monica Rivera Arquitectosvia lopez-rivera
Vincitore di numerosi premi internazionali, questo progetto utilizza i pallet per marcare il perimetro dell'hotel, proteggendolo dal vento senza impedire all'aria di passare. Ciò permette di allestire degli spazi all'aperto. Inoltre la cortina di pallet costituisce una quinta su cui si affacciano alcune camere.
Il Pallet Pavilion è stato realizzato in occasione della World Cup Ski a Oberstdorf (Germania), con la funzione di punto d'incontro per i partecipanti. Il padiglione è stato costruito con 1300 pallet tenuti insieme da 20 tiranti, è alto 6 metri e copre uno spazio di 8 x 18 metri.
Pallet Theater / Oudendijk + Korbes via wrongdistance
Oudendijk e Korbes sono due designer che utilizzano come materiali per loro creazioni oggetti di scarto come pneumatici, taniche, vecchi container, eccetra. In questo caso hanno progettato un'installazione per un piccolo teatro interno ad Amsterdam utilizzando sia per il palco che per la platea dei pallet riciclati.
Pallet Design è una cooperativa onlus che si propone di valorizzare gli imballaggi in legno proponendoli non solo come piattaforme per la movimentazione delle merci ma anche rielaborandoi come elementi di design.
Da tempo voglio scrivere un articolo sulla nostra wikizmo riguardo le "regole" di deriva. Partendo dal presupposto che regole in deriva non dovrebbero esistere, al contrario, potrebbe essere interessante introdurle. Questi esperimenti risalgono da esperienze condotte anche dagli stessi situazionisti; prima dai flaneur o dopo con le visite dadaiste, fino alle deambulazioni surrealiste.
La deriva urbana non ha regole o meglio ne ha solo una: non averne. L'imperativo è perdersi per scendere tra le pieghe del territorio.
Tuttavia alcune regole di esplorazione si sono diffuse anche tra i viaggiatori comuni, tant'è che la Loney Planet ha pubblicato un libro a riguardo: "Lonely Planet Guide to Experimental Travel".
Provo qui di seguito a elencare qualche regoletta (in ordine casuale):
percorsi a linea retta (fino ad arrampicarsi sui palazzi)
seguire le persone (vedi le esperienze di Vito Acconci)
salire su i bus e scendere dopo due o tre fermate e saltare nuovamente sul primo che passa
descrivere i luoghi attraversati via telefono ad un amico, il quale deve darti indicazioni (fatto a Vienna:, Marco mi raccontava cosa stava vedendo-attraversando e io da Torino gli dicevo dove andare, girare)
lasciarsi trasportare da un cane (percezione olfattiva e vagabondaggio)
tracciare per mezzo di un gps disegni assegnati (vedi Gps Drawing)
seguire il cibo o altra sensazione-oggetto (noi abbiamo organizzato una deriva dal nome "deriva gastropixellare")
seguire un dato colore, rumore, stimolo
seguire la direzione del vento, poi del nord, verso il sole...
utilizzare la mappa di un'altra città (es. fare una deriva a Piacenza con la mappa di Torino)
ubriacarsi o drogarsi
bendarsi o usare la sedia a rotelle (per vivere la città come un disabile)
Ogni anno si inventano nuovi esperimenti, i quali vengono presentati a New York, a settembre in occasione del festival di "tecniche geografiche di esplorazione": Conflux (vedi l'archivio tutte le esperienze).
L'esplorazione è una passione, un passatempo, un sentimento forte verso lo spazio urbano, è una "figata" fare deriva. Un divertente esperimento sarebbe quello di selezionare un'area e a partire sempre da un unico punto provare le differenti "regole" per poi annalizzarle. Ovviamente ognuna avrà i suoi tempi, percorsi, incontri, distanze e sensazioni diverse. Propongo qui di seguito una possibile tabellina da compilare:
Titolo deriva | Data | Periodo temporale | Luoghi attraversati | Tempo metereologico | Mappa del percorso | Tipo di deriva | Sensazioni deriva | Sensazioni ambiente urbano | Risultati ottenuti | Strumenti di raccolta utilizzati | Colori, Rumori, Odori | Limiti, emergenze, landmarks | Idee e proposte progettuali scaturite | .......
Fatte le derive e compilata la tabella sarebbe interessante leggere i risultati in modo trasversale.
Altrimenti bando alle regole e divertiti e raminghi sul territorio, camminate. Fa bene allo spirito e alla mente.
Iu Ess Ei mar, 10 nov 2009 last updated by alessandro.grella @ 09:19
iu - ess - ei
iu - ess - ei
stati uniti. da non crederci. sali su un aereo e la sorte ti assegna una poltrona nella fila centrale. a parte l'accelerazione del decollo e le sgommate dell'atterraggio, per quanto ti riguarda potresti non essere mai partito. e invece scendi e tutti masticano un "uanagana" quasi incomprensibile, tutto è "sso cool", ti parlano chiamandoti "man" o "guy", tutto è sovradimensionato e così simile ai film da sembrare una caricatura. la bandiera ovunque, i cori natalizi nei centri commerciali, la sartoria italiana (mai vista da noi) dai prezzi alle stelle, il nauseante caffé degli starbucks , la cui folle temperatura tiene per un tempo incredibile, le inspiegabilmente minuscole bustine di zucchero, le enormi auto, le infinite limousine, i dollari che ti saltano fuori dal portafoglio, la mancia ai camerieri, le carte di credito, i grattacieli, la sorprendente gentilezza degli americani, le ragazze di milwakee che ti baccagliano, i colleghi americani (mark), l'incredibile facility manager (steve), la pronuncia mai corretta del mio nome, le bevande sempre troppo ghiacciate, il cibo stra-fritto che ti fa vedere i mac donald come paradisi del benessere, le case decorate con mille luci per natale - tutto splendido per natale, si può fumare nei locali, il vento, freddissimo, il presidente imperiale della american appraisal (ah, io lavoro per american appraisal), le signore degli uffici che si inteneriscono davanti ad uno sbarbatello chiuso in giacca e cravatta, i 100 sopralluoghi e le 1000 facce americane che dai "cubicals" ti guardano e pensano "ma questo chi è e perché mi fotografa?" ma nonostante tutto ti dicono "hi", i letti straordinariamente comodi, l'onnipresenza della televisione (basket e football senza pietà) e dei suoi relativi accessori (poltrone vibranti in pelle multisnodo anatomiche anche termoriscaldate), i numerosi ciccioni, 'sta pronuncia impastata che ti fa capire "dallas" quando dicono "dollars", lo show pazzesco chicago bulls - los angeles lakers (let's-go-bulls, let's-go-bulls) il peggio gangsta modello video hip-hop che si scusa quando ti passa davanti, le tette gonfie per gli estrogeni, le tette al silicone, i culi mai a posto ma gli occhi magnifici.
mi è sembrato di star via una vita intera.
passioni, amicizie, impegni... tutto lontanissimo.
forse tanto più si dimentica quanti più chilometri si mettono tra noi e casa.
è confermato.
siamo in troppi.
ce ne eravamo resi conto già dal discorso sulle risorse ambientali: "stanno finendo", "non ci possiamo evolvere con questo ritmo", etc...
lo si scopre sempre di più quando si tenta di entrare nel mondo del lavoro (invii 120 curriculum, ti rispondono dispiaciuti in quattro, alla fine trovi lavoro da uno che ti passa € 600 in nero per un impegno a tempo pieno - ovviamente mi riferisco solo ai laureati, gli idraulici a 21 anni hanno già la BMW).
se ne ha una conferma definitiva quando cerchi parcheggio il sabato sera.
siamo in troppi.
e attualmente sembra che i vecchi metodi per il contenimento demografico non si possano più applicare.
un'epidemia?
malattie è indubbio, ce ne sono, ma niente grazie al cielo di paragonabile ad una bella peste (quella del 1350 ha causato la morte di un terzo della popolazione europea).
una sacrosanta guerra?
la seconda guerra mondiale ha insegnato: oggi si fanno i bombardamenti intelligenti, si colpiscono obiettivi precisi, si evitano, per quanto possibile, le vittime civili e non si porta più "la guerra" per le strade delle nostre città.
e il mercato cosa dice?
dice che devi produrre sempre di più, in meno tempo, a costi più bassi, perché se non lo farai tu lo farà qualcun altro.
i committenti non si affidano ai più bravi, si affidano ai più veloci, ai più economici, decretando la fine del professionismo e l'avvento dell'era del "dilettante allo sbaraglio".
esempio:
il pubblico gioisce di fronte ai prezzi degli articoli tecnologici, in costante picchiata - solo la moda tiene prezzi alti, è costretta altrimenti non sarebbe status-symbol - salvo poi lamentarsi perché il nuovo lettore DVD "si è rotto subito" e trovarsi ad affrontare soli, dei moderni don chisciotte, la battaglia contro i mulini a vento dei call center, con le loro litanie "non sono autorizzato a prendere questa decisione" o "non le posso passare un superiore" e scoprire alla fine che la stramaledetta garanzia non vale un fico secco.
tuttavia ci sono figure che ancora non si sono arrese. ci sono professionisti che ancora osano comportarsi come i capaci artigiani di qualche tempo fa. ci sono persone che non improvvisano.
il mio ottico è una di queste persone.
lo si capisce subito: il suo bugigattolo ha davvero poco sex appeal, le montature non sono particolarmente "fighette" (ad esempio non tratta quelle orrende montature con doppia asta) e non c'è la solita commessa superfica con bocce in vista.
lui si presenta in camice bianco, con uno strano distintivo di qualche associazione di optometristi che solo lui, ormai, rappresenta.
scrive con una stilografica e soffia sull'inchiostro per asciugarlo - roba da '800.
poi inizia a raccontarti cosa deve fare, ragiona sulle montature come mai avevi sentito fare, ti spiega il taglio delle lenti ed il grado di libertà che c'è nel realizzare un occhiale.
ha bisogno di tempi lunghi (in certi posti ti cagano gli occhiali nuovi in mezza giornata), devi aspettare, devi telefonare, chiedere e sperare.
finché non ti consegna il prodotto finito.
però nel momento in cui indossi il sudato acquisto, ti rendi conto di aver fatto bene a rivolgerti a lui.
vista perfetta, tanto perfetta che è il cervello a questo punto a non riuscire a farne un buon uso, abituato com'è a vedere attraverso occhiali approssimativi.
e così, mentre guardi il mondo per la prima volta (le chiome degli alberi non sono una matassa unica, sono costituite da tante foglie!) raggiungi l'illuminazione: il professionismo non è morto.
e non solo, il professionismo, per quanto dolorante, bastonato e svilito, vince rispetto a tutti gli altri.
certo, devo dire per concludere, il professionismo si fa pagare il giusto e non fa sconti.
In quanto architetto, i manufatti con cui ho più spesso a che fare sono proprio architetture (o comunque oggetti edilizi) e riscontro sempre di più come le stesse siano in realtà la riproduzione di un organismo approssimativamente umano.
la struttura? ossa.
i tamponamenti? pelle.
i sistemi di controllo? cervello.
i sistemi di rilevamento? udito, olfatto, vista, tatto.
l'impianto elettrico? terminazioni nervose.
gli impianti idrici ed idraulici? vene, arterie.
l'energia elettrica, i carburanti impiegati? cibo.
gli scarichi e le fognature? apparato digerente.
il sistema di raccolta e rimozione dei rifiuti? ancora apparato digerente.
gli impianti di condizionamento e riscaldamento? polmoni.
le guaine, i manti di copertura, gli isolamenti? capelli, pelo, grasso epidermico.
non riesco a finire, ne ho sicuramente dimenticati.
quando guardo un edificio (nel mio lavoro capita spesso) la sensazione che mi dà è di essere, prima che un involucro, un nodo della grande maglia energetica che copre il territorio.
mi sembra un punto in una rete, punto che richiede, che "mangia" una grande quantità di cibo.
quando si costruisce si porta l'energia elettrica, ci si allaccia all'acquedotto, alla fognatura, alle reti telefoniche e di qualunque altra natura, estendendole, "urbanizzando" nel vero senso della parola altro territorio.
per garantire i numerosi requisiti che un corpo edilizio deve soddisfare (cito a mero titolo di esempio e senza pretese di esaustività sicurezza, benessere, fruibilità, compatibilità ambientale, estetica - e si tratta solo di macro-categorie, ciascuna di queste racchiude discorsi molto ampi, articolati ed oggetto di legislazione) lo si deve pensare in modo il più possibile olistico, integrato.
ciò non vuol dire che l'architetto debba anche dimensionare i condotti di portata dell'impianto di condizionamento, ovvio, ma come può pensare un'architettura senza tenerne conto? come può un progettista concepire delle soluzioni realmente efficaci approcciando il tema con l'arroganza di porsi al centro, per primo, come se il resto delle problematiche venissero dopo il suo "colpo di genio" in cemento?
qualcuno potrebbe dire "stai parlando di edilizia".
sono consapevole delle differenze tra "architettura" ed "edilizia".
però la prima non dovrebbe forse soddisfare tutte le esigenze della seconda, e ancora di più?
se un opera non è in grado di essere funzionale, economica, compatibile a livello ambientale, allora la bellezza, le implicazioni sociali e politiche gli sono inutili (maslow vale anche per gli edifici: non puoi pensare di soddisfare un livello di esigenze se non hai soddisfatto i livelli inferiori). si tratta, dal mio punto di vista, di un progetto sbagliato.
tornando alla metafora del corpo umano sì, lo so, e trita e ritrita. già sentita mille volte per tantissimi altri discorsi (così al volo mi viene in mente il traffico nelle città).
possiamo sbadigliare e non pensarci.
però forse possiamo arrivare ad intuire che l'uomo è in grado di concepire limitatamente a ciò che egli stesso è.
potrebbero esserci altri modi di costruire, totalmente diversi, esagerando potremmo definirli "alieni".se fossimo dei blob probabilmente vivremmo dentro ad un budino caldo.però non scopriremo mai queste alternative, perché la nostra "forma mentis" è sorella gemella dal nostro essere biologico. jung, tra l'altro, conferma.
Mattina, un pullman che scorre pigramente verso Torino nord e d'improvviso accelera, attraversa la Stura rombando verso una fermata molto, molto lontana. Falchera è Torino solo per l'amministrazione, in realtà si trova su un altro pianeta, su cui campeggia l'insegna rossa gialla e verde "Mare e monti - ristorante cinese". Elena ha deciso di dare una svolta alla sua tesi, dopo aver spulciato tutto lo scibile sui nessi tra recupero dei materiali, cultura Rom e architettura. Suor Rita, il nostro contatto al campo Rom, ci viene a prendere alla fermata "perchè trovare il campo non è semplice". Rispetto alla strada, al ristorante cinese, insomma al resto del pianeta Falchera il campo nomadi si trova su un altro livello, praticamente un piano sotto. Scendiamo lungo una strada senza marciapiede, schivando l'incessante viavai dei camion della spazzatura. "Quando il Comune ha assegnato ai Rom quest'area, affossata tra un canile, la discarica e la ferrovia, i Rom non ci volevano venire. C'era dell'amianto, che prima di costruire il campo è stato smantellato, ma i Rom sono ossessionati dalle malattie e non volevano sentire ragioni. Quando hanno dovuto traferirsi, avevano sempre l'impressione di ammalarsi, se lo sognavano la notte. Ascoltavano le rassicurazioni dei tecnici comunali, e alla fine venivano da noi suore e ci chiedevano "Sì, ma "la malattia"- cioè l'amianto - c'è o no?".
Il campo Rom comunale è una serie di casette bifamiliari prefabbricate, colorate e identiche, completamente circondato da un'alta staccionata e costellato di lampioni che lo illuminano a giorno. All'ingresso si trova la casa comune, più grande e deserta: "I saloni comuni li utilizzano le associazioni che vengono a fare attività qui, ma i Rom no, preferiscono stare all'aperto. Inoltre la famiglia più potente del campo si è appropriata di una parte dei saloni per farne uno spaccio di bevande e snack, e lo usa per le feste.
C'era un micronido gestito da 2 o 3 mamme del campo e finanziato dal Comune, ma poi è stato dato in gestione a delle educatrici italiane e ha perso di senso. Anche perchè il concetto di asilo è estraneo alla cultura Rom, preferiscono tenere i bambini con sè e portarseli dappertutto, o affidarli alle sorelle maggiori." Ce lo ripete una ragazza del campo, cullando un neonato: "Non vogliono più fare lavorare noi del campo, mentre era una delle poche occasioni per avere un lavoro: là fuori appena sentono come parlo l'italiano o vedono come mi vesto mi mettono alla porta."
Arriviamo alla casa di Rita e Carla, le due suore sorelle che convivono con questo gruppo di Rom da vent'anni, da quado vivevano in baracche lungo Strada dell'Arrivore. Baracche abusive, tanto che sono finiti tutti sotto processo, suore comprese; processo terminato per prescrizione del reato, dato che le baracche erano lì da anni. Come anche le roulottes, ma chi viveva in roulotte non è stato processato: "Da allora i Rom hanno imparato a mettere le ruote a qualunque cosa" ridono le suore, mostrandoci una tettoia dai montanti muniti di minuscole, inutili ruotine.
Pezzi
La casa delle suore è identica a tutte le altre, a parte i curiosi accostamenti di centrini a uncinetto e pentolame di artigianato Rom. "Se volete vedere cosa sanno fare i Rom con i materiali che recuperano, guardate queste pentole: sono di rame rifuso, come oggi non se ne fanno più - ci spiega Radu, un ferrivecchi di ultima generazione. E' appena tornato dal suo giro per raccogliere i materiali di scarto di fabbriche e officine. Sul suo camion è ammonticchiato un po' di tutto, pezzi di carrozzeria, cavi elettrici, bulloni. Quello che gli serve lo tiene per sè, il resto lo rivende agli impianti di fusione dei metalli. Seguiamo questo paladino della sostenibilità a casa sua, uno dei moduli-casetta che lui ha suddiviso con un due impeccabili archi in mattoni a vista che sembrano usciti da una rivista di villette. "Sì, all'occorenza so fare anche il muratore: qui nel campo ognuno ha ripartito la sua casetta come voleva, chi con tende, chi costruendo pareti". Anche perchè ogni famiglia ha ricevuto lo stesso modulo-casetta, per ospitare tre persone o dieci.
A casa sua, come in tutte le altre, troneggia una stufa autoprodotta saldando placche di ghisa, che funge da cucina e da riscaldamento. Completa l'arredamento uno splendido tavolino con il ripiano in piastrelle da pavimento e piedini ricavati da attrezzi da caminetto.
Radu fruga nel ripostiglio, aiutato da uno dei bambini che ci scortano, tra cui la piccola Selvaggia, nuda e scarmigliata, che mi prende dalla tasca i biglietti del tram, subito restituiti da sua sorella. Ecco la creazione di cui Radu va giustamente fiero. Assemblate un motorino di tergicristalli, il pignone di una bicicletta e due treppiedi, approntate una presa elettrica, battezzate la creatura con una mano di vernice blu ed ecco il vostro giraspiedo motorizzato, pronto per arrostire la pecora alla prossima festa.
Dal prendere la patente al guarire da una malattia, tra i Rom ogni occasione è buona per fare festa: rigorosamente all'aperto e attorno a un fuoco. Ma non qui: il regolamento del campo vieta di accendere fuochi e non prevede spazi aperti comuni, tanto che hanno provveduto i Rom costruendo la tettoia su miniruote di cui sopra, che viene tollerata ma di tanto in tanto deve essere smontata.
Per celebrare i funerali, le feste di tre giorni intorno al fuoco hanno lasciato spazio da frettolosi pomeriggi nei locali del bar di piazza Sofia o di qualche agriturismo affittati per l'occasione.
C'è anche chi vive in roulotte, lungo il margine del campo. E che da due anni attende che "si riunisca la commissione" per decidere a chi affidare una delle casette che è stata abbandonata e sta cadendo a pezzi. Uno di loro è lo zio di Elisabetta, la mia omonima nel campo, che ci accoglie in casa sua. Anche lui ha una stufa interessantissima, anche se le suore ci raccontano che non è la più spettacolare: ce n'è di ricavate da bidoni della benzina e anche da vasche da bagno. In compenso la sua roulotte sfoggia una copertura ventilata in pvc montato su supporti metallici impeccabile, originale e ovviamente autoprodotta.
Eppure le creazioni più straordinarie i Rom di questo campo non le hanno costruite per sè, ma per un italiano. Guido è un vagabondo amico delle suore, e i Rom lo hanno aiutato a costruire una casetta su ruote, che periodicamente traina a mano per spostarsi da un punto all'altro della città. A volte passa dei periodi nel campo, e una volta vedendo un'ala di elicottero raccolta dai Rom ha lanciato una sfida: trasformarla in una barca a vela e viverci sopra. Detto fatto, e a questo punto vorreste vedere questo oggetto leggendario. Anch'io. Le suore precisano che non è riuscito a seguire il corso del Po fino al mare, come avrebbe voluto, ma la "barca a velicottero" ha ricevuto il battesimo dell'acqua.
Appunti per un abitare flessibile
La vita di questa comunità Rom con il nomadismo ha poco a che vedere, dato che abita qui da molti anni. Eppure la loro idea di spazio è molto più flessibile della nostra.
Le casette prefabbricate hanno un involucro "flessibile": d'estate i Rom rompono le finestre, e non si preoccupano di tamponare le aperture fino ai primi freddi.
I Rom si sposano tra loro e, mentre le figlie seguono i mariti, i figli maschi rimangono a vivere accanto ai genitori, che allargano il proprio spazio abitativo con una roulotte o una baracca già quando il figlio raggiunge la maggiore età, verso i quindici anni. Un'idea di spazio domestico che non piace al Comune, che infatti ha progettato i percorsi del campo abbastanza stretti per evitare che i clan allargandosi sovrappopolassero il campo.
E ha lasciato ai Rom, che hanno un senso dell'ospitalità fortissimo, la possibilità di ospitare un solo parente per 10 giorni, due volte all'anno.
Un impianto compositivo che nega la concezione Rom dello spazio, che si scompone e si ricompone seguendo l'andamento di alleanze e amicizie tra le famiglie, che tendono a ォscegliersi i propri viciniサ, come racconta Beppe Rosso nel suo memorabile spettacolo sui Rom. Inoltre, avere le case, la "privacy", favorisce le liti e ostacola le riconciliazioni. Specialmente date le dimensioni risicate dello spazio aperto nel campo, dove parcheggiare i camion e raccogliere i rottami da rivendere diventa una partita a tetris.
Non c'è da stupirsi se molti rimpiangono le baracche che si erano costruiti in strada dell'Arrivore, e il sogno di tutti e comprare un terreno per costruirsi una casa da ォallargareサ di pari passo con la famiglia.
Integrazione o intercultura?
I Rom hanno origini indiane, come ha rivelato lo studio della loro lingua, il Romanes, una lingua sanscrita. I Rom di questo campo sono venuti qui dalla Bosnia "solo" cinquant'anni fa, e per questo non hanno la cittadinanza italiana, a differenza dei Sinti che da generazioni fanno i giostrai e gli ambulanti in tutto il Piemonte e si sposano anche con gli italiani.
Le donne Rom, se lavorano, fanno le pulizie, mentre gli uomini lavorano nei cantieri, puliscono i bus, ma la maggior parte raccoglie ferro e alluminio. Fuori dal campo frequentano i mercati, i bar, gli uffici assistenziali e soprattutto vanno a trovare altri Rom, spessissimo.
Integrazione è una parola che alle suore non piace, preferiscono parlare di intercultura "perchè è importante che i Rom rimangano Rom". Una grossa parte di loro, spinta dal Comune, quindici anni fa è andata a vivere nelle case popolari di Falchera. Alcuni si trovano bene, ma altri rimpiangono il campo, perchè la vita di condominio non fa per loro: la possibilità di allargare il proprio spazio domestico è ancora più ridotta e manca completamente uno spazio di pertinenza esterno.
E' difficile per i Rom rispettare gli orari, perchè hanno un senso del tempo molto labile: ore, giorni, mesi non significano nulla. A fugare ogni dubbio, arriva una bambina mandata dalla madre a chiedere alle suore "quando era tre mesi fa?". Le suore sorridono, gesticolano, contano sulle dita della bimba che riparte, confusa, ritorna a chiedere conferma, riparte di nuovo, e infine appare la madre, una ragazza incinta, e le suore ricominciano la spiegazione, pazienti mediatrici tra due dimensioni diverse.